Guardarsi allo specchio per te è un piacere o un fastidio? C’è chi considera specchi e foto come oggetti da evitare perché l’immagine riflessa è molto lontana da come vorrebbero essere. Vedono il proprio corpo come difettoso e imperfetto e ciò provoca una grande sofferenza e emozioni negative come la vergogna.
Ma c’è anche, all’opposto, chi non rinuncia mai a cercare la propria immagine riflessa per cercare conferme della propria bellezza. Per loro l’emozione prevalente è la vanità, e specchi e foto sono considerati alleati preziosi.
Guardarsi allo specchio provoca emozioni molto contrastanti tra di loro. Perché?
Ogni superficie nella quale ci specchiamo ha tre diversi significati:
Questi tre significati sono collegati alle 3 guide del sé che determinano l’autostima:
Quando c’è poca differenza tra ciò che vedo allo specchio (o in una foto), ciò che vorrei vedere, e ciò che penso di dover vedere, il rapporto con la superficie riflettente è sereno. Se invece c’è una notevole discrepanza tra come mi vedo e come vorrei vedermi, compaiono malessere, delusione, frustrazione, depressione. Quando la differenza è tra come mi vedo e come penso che dovrei essere per effetto delle pressioni sociali, il malessere diventa senso di colpa, vergogna, imbarazzo, ansia. Tutto ciò è spiegato dalla Teoria della discrepanza del Sé di Higgins.

I motivi per cui non ci piacciamo in una foto o allo specchio hanno varie origini, ma tutte sono influenzate dai sentimenti provati verso sé stessi che determinano l’autostima.
Cominciamo con il dire che ognuno di noi ha bisogno di valutarsi bene, perciò spesso tendiamo a rendere più benevola l’autopercezione rispetto alla realtà. In un interessante esperimento quando si confrontano le foto scattate ai soggetti (immagine reale e oggettiva), e il disegno della propria persona (che permette di proiettare il mondo interno e il proprio schema corporeo mostrando come la persona sente e abita il proprio corpo) si scoprono delle differenze interessanti. Spesso i disegni rendono il corpo più attraente: più alto, magro, elegante ecc. La foto genera resistenza e giudizio critico perché mostra la nostra immagine da fuori, mentre il disegno è più simile allo schema mentale del nostro corpo.
La Teoria dell’autoconsapevolezza di Carver e Scheier ci aiuta a capire perché accettare la nostra immagine in una foto talvolta è molto difficile. Secondo questi autori trascorriamo gran parte del tempo concentrati sull’esterno, su pensieri fuori da noi, mentre una foto che ci rappresenta ci costringe a rivolgere l’attenzione a noi stessi e a come siamo realmente. Quando ciò che vediamo è molto diverso dallo schema mentale con cui rappresentiamo il nostro corpo il desiderio di eliminare la fonte di frustrazione è forte. E così stracciamo o cancelliamo la foto che ci fa vedere con gli occhi degli altri.
Ciò che vediamo allo specchio dipende anche dai nostri pensieri e dall’importanza che diamo allo sguardo degli altri. Molto spesso, come dimostrano le ricerche, sovrastimiamo la probabilità di essere oggetto di giudizio: in realtà non sono tanto gli altri a giudicarci, quanto i nostri pensieri interni e la nostra paura di venire giudicati. Per alcuni ad essere predominante è “lo specchio sociale” e il bisogno di essere accettati e amati dagli altri perché conformi alle loro attese.

Alcune/alcuni poi focalizzano la percezione di sé su una singola parte del corpo percepita come sbagliata e difforme dal senso del bello condiviso. Così il naso, i capelli, la pelle, il seno, il lato b, le gambe o ogni altra singola parte del corpo diventano il fulcro della percezione di sé, indipendentemente dalla realtà o dal valore della persona nella sua interezza.
Quando i difetti del corpo, reali o immaginari, prevalgono sulla realtà e diventano il fulcro di ogni pensiero, si può parlare di dismorfismo corporeo.
Il dismorfismo ha vari livelli di intensità che vanno dalla totale inconsapevolezza della lievità o inconsistenza del difetto fisico (che viene vissuto come reale e totalizzante), fino alla consapevolezza di star esagerando un difetto, pur non riuscendo ad evitarlo.
L’origine del problema va ricercato nei meccanismi identitari, nella consapevolezza di sé e nei sentimenti provati verso sé stessi (autostima). Non a caso il dismorfismo corporeo inizia a manifestarsi nell’adolescenza quando è più forte il bisogno di definirsi, differenziandosi dai genitori e uniformandosi al gruppo dei pari.
Più l’autostima è bassa, più è bassa la consapevolezza di sé, più è facile che si presentino ansie relative al proprio corpo e paura di non essere adeguati, né abbastanza attraenti per essere amati e accettati.
Il dismorfismo corporeo (BDD) come disturbo ossessivo-compulsivo, così come lo intendiamo oggi, viene studiato dal 2013, dopo l’inserimento nel Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali DSM 5 (la classificazione e descrizione dei disturbi psicopatologici usata come strumento di lavoro e linguaggio comune da psicologi e psichiatri nel mondo, aggiornata e revisionata in base alla ricerca e ai cambiamenti.

Il problema principale è il perfezionismo, comportamento sempre più diffuso e perciò considerato erroneamente come normale. Possiamo definire il perfezionismo con le parole di Hewitt: “un modo per stare nel mondo attraverso un tratto di personalità maladattivo”. Il perfezionismo genera valori autodistruttivi e crea dipendenza. Porta a rinunciare a molte occasioni reali e a molti contatti per la paura di essere imperfetti, di avere un corpo e una immagine sbagliati. Alcune/alcuni preferiscono nascondersi dietro uno smartphone o un computer, e dietro ai filtri, piuttosto che rischiare rapporti reali facendosi vedere con la propria immagine senza ritocchi.
Ma l’unica perfezione possibile è quella delle nostre imperfezioni! Non si può avere una pelle perfetta, dei capelli perfetti, un fisico perfetto, una prestazione perfetta, un lavoro perfetto, un amore perfetto. Si può solo accettare la propria fragilità e imparare a trasformare i punti deboli in punti di forza, cercando “una bellezza sufficientemente buona” (parafrasando Winnicot).
Trovo preoccupante che ci siano centri estetici che propongono trattamenti per bambine tra i 4 e i 6 anni, e soprattutto che ci siano mamme che anziché educare alla bellezza interna, educano al perfezionismo bambine destinate a non piacersi mai abbastanza.
La differenza tra valorizzazione eperfezionismo c’è ed è la stessa che c’è tra benessere mentale e malessere.
I perfezionisti si domandano “Cosa penseranno gli altri di me?” “Sono in sintonia con l’immagine di bellezza del mio gruppo?” Si concentrano su tutto ciò che non va, mossi dalla paura del fallimento, e sono ossessionati dalle misure, dalle regole e dalle routine che sembrano, apparentemente, dare loro sicurezza. In realtà chi cerca la perfezione è sempre in preda all’ansia, proprio perché la perfezione è una meta impossibile da raggiungere.
Chi cerca di valorizzarsi si domanda, invece: “Cosa posso fare per far risaltare la mia immagine? E si concentra sulle cose creative da fare: un taglio di capelli più grintoso, un nuovo colore che esprima la personalità… Impegnarsi per migliorare il proprio aspetto provoca felicità e godimento per i risultati raggiunti, aumenta l’autostima e anche il benessere (Pizza, Il coraggio di piacersi, p.29).
Credo che la società debba promuovere un concetto più inclusivo di bellezza e scoraggiare gli stereotipi estetici e tutti i comportamenti che stimolano il bisogno di perfezionismo. Quando parlo di società parlo di istituzioni, di famiglia, di scuola, di palestre, di messaggi social e anche del sistema moda naturalmente. Ognuno deve fare la propria parte, cominciando dalle singole persone.
È necessario lavorare sui propri pensieri per favorire una maggiore consapevolezza della bellezza interna e dell’unicità, perché spesso il peggior nemico di noi stessi siamo proprio noi, quando ci lasciamo imprigionare dal perfezionismo, dai pregiudizi estetici, dalle trappole cognitive. Più che fare un lifting al nostro volto dovremmo imparare a farlo alle nostre idee! Alle mie clienti propongo un esercizio che nel mio libro Il coraggio di piacersi. Una guida psicologica per riscoprire la propria bellezza con molti esercizi, edito da FrancoAngeli, chiamo “riposizionare lo zoom”. Anziché concentrarsi sul difetto propongo di guardare alla persona nella sua interezza e complessità per conoscersi, accettarsi e valorizzarsi, partendo dalla bellezza interna.
Ho parlato del dismorfismo corporeo con Donatella Polito su Today.it del 17 settembre 2026 nell’articolo: Dalla ruga cancellata al rifiuto dello specchio: il dismorfismo corporeo spiegato dalla psicologa della moda Paola Pizza. Clicca qui per leggere l’articolo
Psicologa, iscritta all'Ordine degli Psicologi della Toscana, dal 1992 si occupa di psicologia della moda. È autrice di diversi libri sulla psicologia della moda. È coordinatrice didattica del Master on line in Psicologia della moda e dell'immagine di ESR Italia.È stata professore a contratto di Psicologia Sociale e Teoria e tecniche del colloquio psicologico alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze, e di Psicologia sociale della moda e di Psicologia dei consumi di moda al Polimoda.
Ciao, sono Paola Pizza, psicologa della moda.
Nel lavoro ho unito due grandi passioni: la psicologia e la moda.
Iniziamo insieme un viaggio tra i significati profondi della moda.
Per conoscermi meglio clicca qui e leggi il mio profilo.
