Ciclicamente torniamo a discutere del dress code a scuola, e se sia giusto o sbagliato imporre regole e sanzioni. L’ultimo caso è quello di un Liceo di Terni che vieta pantaloni corti, minigonne, tacchi alti, zeppe, infradito, abbigliamento succinto e invita a un “abbigliamento consono al contesto educativo, sobrio e ordinato”. A questo elenco di capi condiviso anche da altri istituti si aggiungono anche “unghie estremamente lunghe e appuntite” in una scuola di Trezzano sul Naviglio (Milano).
Le domande che mi pongo sono:
L’abbigliamento è uno strumento per comunicare la nostra identità. Attraverso la scelta di abiti, accessori, colori, trucco, capelli, decidiamo come presentarci agli altri e quale messaggio lanciare. Il nostro aspetto esteriore parla di emozioni, di desideri, di paure. Può aiutarci a raggiungere un obiettivo in un contesto.
Come in ogni processo comunicativo c’è un messaggio e c’è un contesto (fisico e relazionale). Il dress code suggerisce l’abbigliamento adeguato a integrarsi con il contesto. Ma non tutti hanno la stessa personalità e vivono le regole del dress code nello stesso modo. Per alcuni le regole sono un supporto, per altri una limitazione e una oppressione. Ne ho parlato nel post Rispettare o non rispettare il dress code?
Parlare di dress code a scuola, non è la stessa cosa che parlare di dress code per il lavoro, o per gli eventi. Qui il contesto relazionale è formato da adolescenti e quello fisico è una istituzione formativa che ha l’obiettivo di educare alla crescita.
Alcuni autori parlano dell’adolescenza come nascita sociale: un momento nel quale il corpo cambia, ci si distacca dai genitori e si acquisiscono nuovi valori e nuovi legami con il gruppo, celebrati anche attraverso cambi repentini di look.
L’aspetto esteriore è basilare in questo importante momento identitario. Rappresenta un gioco di addestramento per arrivare alla propria individuazione, sperimentando diversi sé. Gli abiti, gli accessori, il trucco, le acconciature, i colori vengono usati per approdare a un nuovo sé, e tenere sotto controllo le ambivalenze, i conflitti e le paure legate al cambiamento.
Poiché le emozioni che riguardano l’aspetto esteriore sono molto forti in questa fase della vita non ritengo che i divieti e le ammonizioni siano uno strumento educativo utile. Il rischio è enfatizzare o reprimere le emozioni, senza riuscire a comunicarle in modo efficace.
Alcuni dimenticano che la comunicazione non è fatta solo di parole, ma anche di aspetto esteriore. Educare alla competenza comunicativa vuol dire parlare anche di come gli abiti, gli accessori, i colori, il trucco e i capelli possono contribuire al formarsi delle prime impressioni e alla conoscenza. Di come possono aiutare o intralciare il raggiungimento degli obiettivi interpersonali. Di come siano un veicolo di emozioni.
Le scuole dovrebbero coinvolgere i giovani (magari con l’aiuto di psicologhe/psicologi della moda) in una riflessione su cosa comunicano abiti, accessori e colori, su come possono aiutare a comunicare la propria identità. Ma anche su come possono essere una maschera o una corazza. Sulle emozioni legate al proprio aspetto esteriore e a quello degli altri.
Più che lavorare sul Super Io con regole e ammonizioni, credo che sarebbe utile lavorare l’Io e in particolare sull’Io creativo per aiutare a comunicare la propria identità nella scuola, ma anche nei diversi contesti della vita.
Rispettare il dress code a volte è questo. Non vuol dire rinunciare alla propria identità per uniformarsi, ma trovare il modo originale per esprimere chi siamo senza perdere la connessione con gli altri.

Ho parlato di dress code a scuola con Matteo Martone e Francesco Fratta nella trasmissione Trends di Radio Cusano Campus (29-10-2025). Trovi la mia intervista al minuto 25. Clicca qui per sentire la trasmissione.
La divisa scolastica comunica l’identità della scuola e rafforza il senso di appartenenza. Parlerò dei suoi significati e dei pregi e dei difetti in un prossimo post!
Psicologa, iscritta all'Ordine degli Psicologi della Toscana, dal 1992 si occupa di psicologia della moda. È autrice di diversi libri sulla psicologia della moda. È coordinatrice didattica del Master on line in Psicologia della moda e dell'immagine di ESR Italia.È stata professore a contratto di Psicologia Sociale e Teoria e tecniche del colloquio psicologico alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze, e di Psicologia sociale della moda e di Psicologia dei consumi di moda al Polimoda.
Ciao, sono Paola Pizza, psicologa della moda.
Nel lavoro ho unito due grandi passioni: la psicologia e la moda.
Iniziamo insieme un viaggio tra i significati profondi della moda.
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