Identità e moda nella letteratura

Identità e moda nella letteratura

 

Abiti e accessori contribuiscono a definire la nostra identità. Comunicano a noi stessi e agli altri chi siamo.

Ognuno investe del tempo per conoscersi:  riflettiamo su noi stessi, ci riconosciamo attraverso categorie,  ci attribuiamo etichette, ci identifichiamo con gruppi sociali e anche con luoghi e ambienti.  Emerge  l’identità personale quando ci confrontiamo con i diversi ruoli sociali ricoperti e con gli aspetti unici del sé,  l’ identità sociale quando  ci riferiamo ai gruppi sociali di appartenenza o desiderati,  e l’identità di luogo quando sono gli ambienti  frequentati a prevalere.  La moda ci accompagna in tutte queste forme di identità e ci aiuta ad esprimerle.

 

Ecco alcuni brani di letteratura contemporanea nei quali si parla di identità comunicata attraverso la moda.

 

Dagli abiti che esprimono l’appartenenza ad un gruppo e l’identificazione con i suoi valori, a quelli usati per sembrare uguali agli altri e farsi accettare. Dalla divisa usata per esprimere una identità diversa da quella reale, all’abito che fa sentire più adulti e seducenti o più giovani e allegri indipendentemente dall’età anagrafica, fino agli accessori degli anni settanta che rassicurano e consolano come oggetti transizionali. Dagli abiti che camuffano la sessualità, a quelli che rappresentano il cambiamento o che comunicano i propri pensieri anche da bambini. Tanti modi per descrivere con le parole il multiforme rapporto tra moda e identità nella letteratura.

 

Identità e moda nella letteratura Shafak

MOGLI E PROFESSIONISTE: un abito per descrivere il gruppo di appartenenza

“Do­po cena gli uomini si riunivano attorno al camino con i liquori a discutere di politica. (…) Le signore, invece, si raccoglievano dalla parte opposta della casa, con i bicchierini di cristallo colmi di liquore alla menta, a sbirciare i vestiti delle altre. A questo genere di serate partecipavano due tipi di donne, assolutamente diverse fra loro: le professioniste e le mogli. Le professioniste erano l’epitome della nuova donna turca, idealizzata, glorificata e portata a esempio dall’élite riformista; erano giuriste, insegnanti, giudici, dirigenti d’azienda, studiose, accademiche. Contrariamente alle loro madri, non dovevano più trascorrere l’esistenza confinate in casa ma avevano la possibilità di farsi strada nella vita sociale, economica e culturale del Paese, a patto che lungo il percorso si liberassero completamente della loro femminilità. Di solito indossavano tailleur due pezzi marroni, grigi o neri, i colori della castità, della modestia e del rigore. Portavano i capelli corti, niente trucco, niente accessori: sembravano asessuate. Ogni volta che le mogli ridacchiavano in quell’odiosa maniera femminile, le professioniste stringevano più forte le borsette di pelle, come se contenessero segreti di Stato da proteggere a ogni costo. Le mogli, al contrario, si presentavano in abiti di seta bianchi, rosa confetto e celeste pastello, le sfumature della femminilità, dell’innocenza e della vulnerabilità. Non amavano le professioniste, considerate più «camerate» che donne; a loro volta, le professioniste non avevano sim­patia per le mogli, considerate più «concubine» che don­ne. Alla fine, sembrava che le une e le altre si giudicassero reciprocamente non abbastanza «donne». Ogni volta che la tensione fra camerate e concubine si ‘intensificava, Petite-Ma, che non si identificava con nes­suno dei due gruppi, segnalava discretamente alla dome­stica di servire il liquore alla menta nei bicchierini di cri­!tallo e i dolcetti di mandorla sui vassoi d’argento. Quel­l’abbinamento, aveva scoperto, era l’unica cosa capace di placare i nervi di ogni invitata, indipendentemente dalla fazione nella quale militava” (Elif Shafak, La bastarda di Istanbul, Milano Rizzoli, 2007,  pp. 158-159).

 

Identità e moda Mastretta

DALLA DIFFIDENZA ALL’ATTENZIONE: un abito per farsi accettare

Nel Messico post rivoluzionario degli anni 30, Catalina gioca la carta dell’abbigliamento, per aiutare il marito, il generale Andreas  Ascencio, che si appresta a tenere un comizio a Coetzatlan,  in una piazza quasi vuota. Al loro arrivo tutti li avevano guardati con diffidenza e Catalina cerca di rimediare. “Organizzai che tutte noi ci vestissimo come loro. Dona Remigia, la moglie del delegato locale del partito, ci aiutò a trovare gli indumenti e a vestirci. Le gonne erano sue e delle sue sorelle, come pure i fili di lana per i capelli. Persino per Veranda mi diedero un huipil bianco. Tornammo nella piazza dove Andreas stava per iniziare un discorso per i pochi curiosi che c’erano andati. Camminavamo a fatica, era difficile tenere dritta la testa piena di fili di lana, avevamo un’aria strana, ma alla gente piacemmo. Cominciarono a seguirci quando attraversammo il mercato. Quando arrivammo in piazza avevamo portato al generale Ascencio, tre volte più pubblico di quanto erano riusciti a trovare i suoi banditori” (Angela Mastretta, Strappami la vita, Milano, Feltrinelli, 1999,  p. 44).

 

Identità e moda nella letteratura

LA FOTO IN UNIFORME: un abito per costruirsi una identità

“Quando Anton Immers comprò per 10 chili di salsicce l’uniforme di un ufficiale –Kurt Heidenreich – chiese a Herr Abramowitz di fotografarlo in divisa. (…) Tenendo la schiena il più dritta possibile, il macellaio, che si era sentito disonorato da quando, avendo cercato di arruolarsi, era stato scartato, mantenne lo sguardo fisso oltre la macchina fotografica, con una espressione di trionfo, come se potesse scorgere campi di battaglia troppo lontani perché chiunque altro li vedesse. (…) Herr Immers incorniciò l’ingrandimento della fotografia, e ogni volta che la guardava nel suo negozio, dove era appesa (…) poteva immaginare di aver realmente combattuto in guerra, non come soldato semplice naturalmente, ma come ufficiale pluridecorato. Col passare degli anni finì col credere a quella fantasia, e sarebbe stato imprudente per sua moglie e per i suoi clienti ricordargli il contrario. Alla fine tutto il villaggio finse insieme al macellaio, persino il tassidermista che gli aveva venduto l’uniforme, e alla generazione successiva quella illusione fu venduta come fatto storico.” ( Ursula Hegi, Come pietre nel fiume, Milano, Feltrinelli 2000, p. 29)

 

Identità e moda nella letteratura

L’ABITO ARANCIONE: un abito per sentirsi più grande

“Dove vai con quel vestito? Anch’io mi guardai. Mi ero messa un abito di mia sorella di cotone arancione, a sottoveste e con gli specchietti applicati alla scollatura. (…) Non vai proprio da nessuna parte – sentenziò con un tono secco, come se avessi fatto qualcosa di male – toglitelo! Non mi hai sentita? L’avevo sentita ma non volevo ascoltarla. Mi ero già guardata a lungo nello specchio prima di uscire dalla mia stanza quella mattina, mi ero sinceramente stupita di vedermi così, come se non fossi io ma la foto di un catalogo, la modella di una pubblicità, la copertina di una rivista illustrata con una ragazza che non poteva ancora credere di essere quella che stava vedendo con i propri occhi. Non era la prima volta che lo facevo, mi era sempre piaciuto provarmi la roba di mia madre, mi stava meglio della mia, ma quel vestito arancione era un’altra cosa, e non solo perché quando lo indossavo sapeva impadronirsi del mio corpo, per trasformarlo in qualcosa di diverso, nel corpo di una donna più grande, molto più attraente, più seducente di me, ma anche perché oltretutto era di Maria, lei se lo metteva e mamma glielo permetteva, e questo lo rendeva ai miei occhi una specie di arma legale” (Grandes, Il ragazzo che apriva la fila, Parma, Guanda,2007, pp. 169-170).

 

Identità e moda nella letteratura

UN ABITO ROMANTICO per sentirsi più giovane

Beatrice parla con la nuova amica Franca, di come vestiva da giovane Helene, una ottantenne che predilige indossare abiti romantici e recitare la parte di una dolce e amabile ragazzina. “Il vestito che Helene indossava allora era esattamente come i suoi vestiti di oggi: romantico, elaborato, il vestito di una ragazza giovanissima. Non si è mai discostata da quello stile, come se fosse rimasta bloccata ad una certa fase della vita, senza mai andare avanti”. Per andare a cena con un amico ha scelto oggi “un vestito estivo bianco, con le maniche a sbuffo, che era troppo giovanile per lei e la faceva apparire piuttosto grottesca, ma al quale per motivi incomprensibili, era molto attaccata. -Con questo vestito mi sento sempre così giovane e allegra!- Peccato che sia solo una sensazione, pensò Beatrice, perché hai un aspetto davvero decrepito. (…) E’ convinta che la vita le sia passata accanto sfiorandola appena,  pensa di essersi lasciata sfuggire tutto ciò che è importante nella vita. Vorrebbe riavere la sua gioventù, e dato che questo naturalmente è impossibile, vuole procurarsi almeno l’illusione della gioventù. Ha visto quell’incredibile vestito da fanciulla in fiore che ha scelto per la serata, no?” (Charlotte Link, La donna delle rose, Milano, Corbaccio,2003, pp. 97- 177).

 

Identità e moda nella letteratura

ACCESSORI DEGLI ANNI SETTANTA come coperta di Linus

“Metà anni novanta. Eccoci tutte e quattro, un giorno, a colazione. Arrivammo insieme e non potemmo fare a meno di parlare di come in quegli anni la moda fosse poco definita, un insieme di stili, del va un po’ tutto quello che ti piace. Infatti il nostro abbigliamento era davvero eterogeneo, un’accozzaglia di tendenze. Kate, in abitino corto, un disinvolto accostamento di colori sgargianti e zeppe alte; Jane, un vestitino stile baby doll, bianco a balze, con un micro giubbottino di jeans, scarpe bianche e basse; Annie, maglione a righe, lungo, un po’informe, scollatissimo e stivaletto New Rock, gotico, con il tacco; io, minigonna nera, elasticizzata, maglia lunga a fiori e scarpe con il tacco.

«Annie, dai, vieni qua, accanto a me, guarda, la Maddalena e la santa…» Jane le si mise accanto ridendo.

«Guarda che mica è poi così pudico il tuo abbigliamento,» le feci notare. «È ammiccante e decisamente provocante, non farti ingannare dal bianco virgineo.» «Questa moda è liberatoria. Guardateci, ognuna di noi ha uno stile diverso, e domani se ci va, cambiamo ancora.» Kate accarezzò il tessuto lucido dell’abito. «Sinceramente,» dissi io. «A me sembra che manchi un po’ di personalità. Pensate alla moda degli anni settanta. Colorata, vivace, dirompente, con un suo carattere deciso, una connotazione chiara.» Ci lanciammo in un’appassionata dissertazione sulla storia della moda a partire dagli anni cinquanta, la classe innata di Audrey Hepburn, l’eleganza aristocratica di Grace Kelly, la morbidezza sexy di Marilyn Monroe, viaggiammo negli anni sessanta con la minigonna di Mary Quant, le linee geometriche e poi, lì arrivammo e lì ci fermammo: gli anni settanta. «Ragazze, l’esplosione dei colori e dei disegni, fiori, cerchi, linee, gli zoccoli e le punte squadrate, i tacchi cubici e poi, la mia passione: le collane bijoux. Lunghe, con fiori, figure geometriche, perline colorate, in metallo, legno, plastica. Come quelle che comprai a Roma, nei primi anni settanta. (…) Lo sapete, fin da ragazzina lo shopping era uno dei miei sport preferiti… Scelsi una serie di cose e conservo ancora una camicia di cotone bianco, leggerissima e stropicciata, l’elastico in vita, maniche lunghe e larghe e poi, tre collane. Un girocollo di stoffa colorata con tante perline di legno di forme diverse. Le altre due sono lunghe, una in metallo con un medaglione dorato e radici di rubino, l’altra, in argento, con tanti piccoli turchesi montati in fondo a catenelle tintinnanti, la mia preferita.»

«Ah! La collana che a volte indossi per le inaugurazioni delle mostre? Ora capisco… Certo che con gli anni settanta tu non conosci freni. Si sente che ti piacciono particolarmente. Potresti parlarne per ore… Bè, comunque anch’io sono legata a momenti, oggetti che me li ricordano. Per superare certi periodi particolari, quando ho bisogno di sentire vivi ricordi e legami, speranze, magari quando sono in giro a fotografare la guerra, bimbi con gli arti strappati dalle mine che mi sorridono distesi sui letti d’ospedale… Ecco, per superare quei momenti, per riconciliarmi con il mondo, metto quell’anello di rame e lapislazzuli, anche lui arriva direttamente dagli anni settanta. Mi aiuta a ritrovare l’allegria.» Jane era da poco tornata da zone di guerra, si portava dentro il sangue, il puzzo, e gli sguardi spezzati.

«E voi? Qual è la vostra copertina di Linus? Annie, qualcosa mi dice che spesso la porti con te…» con tono leggero, sorrise e ammiccò in direzione della borsa. «La mia postina… è vero, siamo inseparabili. Custodiva il mio diario, letteralmente, era la mia cassaforte portatile e mi accompagna ancora, ragazze, ogni giorno mi porto dietro tutti i sospiri adolescenziali e il ricordo dei segreti scritti in quell’agendina rosa e argentata chiusa con il lucchetto.» «Io, a volte, seguo le sfilate con quel giacchettino corto e stretto, in seta rosa fucsia, con i bottoni grandi e squadrati, era di mia madre.»

Un velo di malinconia adombrò lo sguardo di Kate: «Lei m’incoraggiava a coltivare la passione per la moda. Sì, è vero, gli anni settanta ce li portiamo dentro. Sarà che ci ricordano l’adolescenza, sarà che hanno colorato la vita, sarà che… Boh… Li amiamo.» “   (Nicoletta Bernardini, Una vita passata a dividersi tra Richard Gere e Dermot Mulroney. E sono pure gelosi…, Brescia, EdIkiT, 2014 pp. 81-83)

 

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QUANDO GLI ABITI NASCONDONO IL CORPO E LA SESSUALITÀ

“Il colore proprio degli abiti delle madri è il nero, o al massimo il grigio o il marrone. I loro abiti sono informi, giacché nessuno, a cominciare dalle sarte delle madri, va a pensare che una madre abbia un corpo di donna. I loro anni sono un mistero senza importanza, che, tanto, la loro età è la vecchiezza. Tale informe vecchiezza ha occhi santi che piangono non per sé ma per i figli.” (Elsa Morante, Lo scialle andaluso, Torino, Einaudi 2015, p. 180)

 

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ABITI NUOVI PER CAMBIARE IDENTITÀ

“C’era qualcosa di poco dignitoso negli indumenti che mio padre indossava quella sera. Quella camiciola bianca, o casacca, o come diavolo si chiamava. Per quanto riuscivo a ricordarmi si era sempre vestito in modo semplice, corretto, piuttosto tradizionale. Il suo guardaroba era composto di camicie, abiti, giacche, molte di tweed, pantaloni in terilene, velluto, cotone, maglioni di angora o lana. Più simile a un insegnante di vecchio stampo che uno in camiciola con il colletto alla coreana del nuovo tipo, ma non all’antica, la differenza non consisteva in quello. La differenza era tra la morbidezza da un lato e durezza e rigidità dall’altro, tra ciò che eliminava le distanze e ciò che cercava di mantenerle. Era una questione di valori. Quando adesso si presentava con quelle camiciole rustiche cucite a mano con tanto di ricami o con le camicie ornate di piegoline, come gli avevo visto indosso quell’estate, o calzava scarpe di pelle informi che probabilmente soltanto un Sami avrebbe avuto il piacere di avere ai piedi e trovare comode, sorgeva un enorme contrasto tra ciò che lui era, quello che io conoscevo bene e che sapevo era lui, e ciò che voleva mostrare di essere”. (Karl Ove Knausgard, La morte del padre, Milano, Feltrinelli, 2014, pp. 209 – 210)

L'isola dell'infanzia

L’IMPORTANZA COMUNICATIVA DEGLI ABITI ANCHE PER I BAMBINI

Carl Ove decide di comunicare la sua sofferenza con gli abiti. Soffre perché Anne Lisbett, una bambina per la quale ha una cotta, gli ha preferito un altro bambino, e lo ignora.

“Andai in bagno e chiusi la porta a chiave, rovistai nel cesto della biancheria sporca dove trovai i pantaloni di velluto marrone, quelli brutti, che erano completamente neri di sporco sulle ginocchia. Me li infilai, mi precipitai in camera e mi misi a cercare quell’orrendo maglione giallo, che avevo, lo indossai, scesi le scale inosservato e andai nel locale della caldaia dove c’erano gli stivali, le calzature più brutte che avevo, li portai nell’ingresso e me li infilai. Rimaneva soltanto la giacca. Presi quella grigia e leggera che mi avevano comprato in primavera, l’anno prima, adesso era diventata un po’ troppo piccola, e piuttosto sporca, oltretutto la cerniera era rotta, così dovevo portarla aperta. Meglio, così si vedeva sotto il maglione giallo. Conciato in quel modo , mi diressi verso la zona dove abitava Anne Lisbet. (…) e se avessi incontrato Anne Lisbet, che era la meta di quella escursione, volevo che lei vedesse che cosa aveva fatto. Quegli abiti orrendi e sporchi che indossavo, la testa china, tutto affinché lo capisse. (..) avrebbe dovuto incontrarmi per caso e rendersi conto di quanto soffrivo per come si era comportata”. (Karl Ove Knausgard, L’isola dell’infanzia, Milano, Feltrinelli, 2015, pp. 234 – 235)

 

Karl Ove inizia a giocare a calcio “La mamma mi comprò una tuta quando iniziai. Era la mia prima e io nutrivo grandi aspettative, me ne immaginavo una blu, luccicante e dell’Adidas come quella di Yngve, o ancora meglio della Puma, o almeno della Hummel o dell’Admiral. Ma quando me la mostrò, non era di marca. Era marrone con le strisce bianche e anche se secondo me quel colore era brutto, non era quella lo cosa peggiore. Il peggio era che la stoffa non era lucida, ma opaca, quasi ruvida, che non cadeva morbida sul corpo, ma ne seguiva le forme ed era così aderente che il mio sedere era ancora più appariscente del solito. Quando mi infilavo quella tuta era l’unica cosa a cui riuscivo a pensare. Persino quando correvo in campo e cominciava l’allenamento, quello era il mio solo pensiero (..) ho una tuta marrone e brutta, pensavo. Sembro un deficiente, pensavo. Deficiente, deficiente, deficiente”. (Karl Ove Knausgard, La morte del padre, Milano, Feltrinelli, 2014, p. 250)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le scarpe nei film

Avete amato le scarpe di Carrie in Sex and the city? Ecco come vengono vissute le scarpe nei film e nelle serie televisive.

 

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TACCHI ADEGUATI A COMPETERE

Nella stagione 3 di Sex and the city (2004), nell’episodio “Sfide al femminile”, Carrie incontra in un negozio Natasha, la giovane moglie di Big, il suo ex fidanzato. La competizione è evidente: lei è giovane, bella, alta, ha un lavoro interessante in un’azienda di moda, e soprattutto è la donna che Big ha deciso di sposare!  Carrie, in difficoltà, sente il bisogno di dimostrare il suo valore, e perciò si compra un abito sexy e un vertiginoso paio di sandali di Manolo Blahnik per sfidarla nel suo ambiente, una serata di beneficenza, di cui Natasha è  madrina.  Quando mostra alle amiche le scarpe che ha comprato per l’occasione , sottolinea il fatto che devono servire a comunicare che chi le indossa è una donna favolosa, e nonostante le amiche le facciano notare che lei è fantastica anche senza le scarpe, sono proprio loro, quello splendido paio di Manolo a farla sentire forte e vincente, permettendole di costruire una rappresentazione di sé come donna assolutamente splendida, che può confrontarsi con altre donne stupende e vincere. Rimarrà molto delusa quando alla colazione delle “donne nelle arti” scoprirà che la sua rivale non è presente per un improvviso malessere e quindi non può vedere il suo aspetto “assolutamente favoloso”!

 

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LE SCARPE DI ROSE

In Her Shoes (2005),  il film tratto dal bestseller di Jennifer Weiner, A letto con Maggie, Rose Feller, brillante avvocato, seria e pragmatica, ha una sorella Maggie, con la quale non condivide niente, se non il numero di scarpe. Quando la sorella trasgressiva e prorompente piomba nel suo appartamento, non sapendo dove altro andare, sconvolge completamente la ordinata vita di Rose e soprattutto il suo ordinato guardaroba! Temendo una incursione nel suo armadio, Rose prima  prega Maggie di non prendere niente, poi attacca post-it con messaggi del tipo “non toccare niente” “sul serio!” “Specialmente queste!” ovunque si trovino oggetti per lei importanti come parte dell’identità (Me Materiale), soprattutto le sue amate scarpe! Nonostante tutti i moniti, Maggie non è proprio il tipo da rispettare le regole e così prova molte delle sue scarpe e le indossa per andare in giro a cercare un lavoro. Così l’identità di Rose viene profanata attraverso l’aggressione agli oggetti per lei importanti, e non altrettanto importanti per la sorella che mentre fa uno spuntino davanti al frigorifero versa latte e gelato al cioccolato su uno splendido paio di Manolo Blahnik  e spezza un tacco a un paio di Jimmy Choo. Quando Rose si metterà le scarpe e scoprirà che il tacco rotto è stato rincollato con una gomma da masticare, l’aggressione ai suoi oggetti, le farà vivere una vera e propria aggressione al sé. Così la vediamo arrivare zoppicando ad una festa di matrimonio, umiliata e affranta tanto da farle scegliere l’isolamento di una stanza appartata, dove siede a disagio con la postura del perdente, come se fosse nuda, e privata della identità.

 

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DIRITTO ALLE SCARPE

Nella stagione 4 di Sex and The city (2004), nell’episodio “Diritto alle scarpe”, Carrie si reca ad una festa in casa di amici per la nascita di un bambino. Con grande disagio rispetta la regola della casa “niente scarpe, portano microbi” e si toglie, lasciandole all’ingresso mescolate con le scarpe degli altri, un paio di Manolo dal tacco vertiginoso, commentando: “se avessi saputo che dovevo togliermi le scarpe almeno avrei compensato l’altezza con un cappello!”. Il disagio è già tangibile per il solo fatto di essersi separata da un oggetto importante per la sua identità (un tacco alto può contribuire a far sentire non solo più alti, ma anche più sexy e più sicuri) e diventa poi vera e propria umiliazione, quando deve andare via dalla festa con indosso un paio di scarpe da ginnastica della padrona di casa, perché le sue sono state rubate!  Il pensiero delle scarpe rubate riempirà la sua mente per diversi giorni e le farà fare vari e fantasiosi tentativi per rientrarne in possesso. Mentre per i suoi ospiti sono solo un paio di scarpe, per Carrie sono molto di più: sono le sue Manolo, una parte della sua identità dalla quale separarsi è molto doloroso.

 

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DECOLLETÈ ROSA CHE FANNO LA DIFFERENZA

In Sex and the city. The movie (2008) Carrie cerca un assistente che la aiuti nel suo lavoro e incontra in un bar i possibili candidati. Quando incontra Paul, laureato in finanza a Princeton, negli ultimi due anni assistente di un vice-presidente, vestito accuratamente con un gessato grigio, camicia azzurra, cravatta a righe azzurre e nere, capelli corti e fisico asciutto, gli chiede  perché ritenga di essere adatto per quel tipo lavoro, e lui come risposta guarda sotto il tavolo, dove  Carrie può notare le sue scarpe: un paio di favolosi decolleté rosa dal tacco vertiginoso! Che sia lui l’assistente giusto?

 

 

L’armadio nei film

L'armadio di Carrie

Armadi come contenitori di identità. Armadi per fantasticare un sé ideale. Chi non ha sognato di entrare nell’armadio di Carrie in Sex and the City? O di perdersi nel guardaroba di Runway in Il Diavolo veste Prada? Ecco qualche storia sull’armadio, nei film e nelle serie televisive.

le scarpe in Sex and the city stagione 4

L’armadio (o le scatole) come contenitore di identità

Nella stagione 4  di Sex and the city, nell’episodio ”Manie da single”  Carrie deve fare spazio nel suo appartamento al suo compagno Eiden che è andato a vivere con lei, con il cane Pete, portandosi dietro i suoi oggetti dentro degli scatoloni. Sono in attesa di ampliare l’appartamento con quello adiacente che stanno ristrutturarando. La vita in casa è diventata difficile: un vero e proprio slalom tra scatoloni strapieni di roba. Quando Eiden gli propone di riordinare la stanza armadio liberandosi di scarpe e abiti che non mette più, Carrie va letteralmente nel panico! La richiesta  le appare intollerabile perché ad ogni abito è attaccata un po’ di storia e una parte di identità di cui  non vuole liberarsi. Con il fare agitato e preoccupato di chi è costretta a far maneggiare ad altri, oggetti personali estremamente importanti, intima ad Eiden: ”Ascoltami bene! Ho messo sul pavimento degli asciugamani puliti, prendi con attenzione le mie scarpe e appoggiale lì.” “Ma di quante scarpe hai bisogno?- risponde Eiden – e guarda qui quanti vestiti, dovresti buttarne via un po’” “Alcuni non li ho ancora indossati, ma un giorno lo farò!” risponde Carrie. “Guarda questo” dice Eiden prendendo un abito “non te l’ho mai visto indosso. Dimmi quando lo hai messo, o quando avresti intenzione di indossarlo?” “Non farlo Eiden” risponde Carrie con il tono di chi è stato ferito “non prenderti gioco di me! E’ un abito di Roberto Cavalli a cui tengo molto! L’ho indossato a Union Square nel 99!” Ma poi sembra convincersi che non è il caso di perdere una relazione per un abito di Roberto Cavalli, e così accetta di buttarlo, ma proprio in quel momento si accorge che Pete sta distruggendo uno dei suoi preziosi sandali turchese! E’ un dramma: erano del 1996 e quindi non potrà mai ricomprarli e inoltre costavano ben 380 dollari! Essere separata da quelle scarpe, e dall’abito di Cavalli rappresenta un vero e proprio attacco alla propria identità! La lite infuria e quando Carrie tocca degli oggetti per la cura personale di Eiden anche lui risponde”Queste sono le mie cose. Non mi piace che si tocchino le mie cose!” Scatole e armadi sono luoghi privati che contengono i propri molteplici sé. Guai a non rispettarli!

 

le scarpe in In Her Shoes

Il bello del possesso 

In  Her Shoes ,  quando la sorella Maggie apre l’armadio di Rose, si trova davanti le numerose scarpe che fanno mostra di sè ordinate per colore e per tipo, osserva con fare riprovevole: “Guarda qua! Tutte queste scarpe non le hai mai messe. Scarpe simili non dovrebbero rimanere in un armadio. Dovrebbero vivere scandali passionali, essere scopate in un vicolo da un miliardario, mentre la sua frigida moglie aspetta i limousine pensando che sia andato al bar a riprendere il cellulare! Se non le metti, perché te le compri? Sono sprecate! Lasciale a chi le sa apprezzare!” “Le so apprezzare credimi – risponde Rose- quando mi sento depressa mi faccio dei regali. I vestiti mi stanno male, il cibo mi fa ingrassare: mi compro delle scarpe!” È evidente che il significato che rivestono le scarpe è molto diverso per le due sorelle: per una hanno un valore simbolico e sono parte della propria identità, per l’altra sono un bene strumentale e hanno un contenuto sessuale solo se vengono usate.

 

le scarpe in Sex and the city stagione 6

Abiti da gettare per salvaguardare l’identità

Nella stagione 6   di Sex and the city, nell’episodio” Il post-it si attacca sempre due volte”,   Charlotte guarda il suo armadio per decidere cosa indossare all’inaugurazione di un nuovo locale di tendenza e si accorge che nel suo guardaroba tutto si intona al suo nuovo anello di fidanzamento (con lo stesso taglio di quello che Richard Burton ha regalato alla sua eroina, Liz Taylor!) fuorché il suo vecchio abito da sposa. La presenza dell’abito da sposa che ha già indossato, testimonia il fallimento del suo precedente matrimonio con Trey Mc Dougall , ed è quindi incompatibile con la sua nuova identità di fidanzata di Harry Goldenblatt, perciò deve venire velocemente rimosso per salvaguardare la coerenza nella conoscenza di sé.

L’armadio nella letteratura

L’armadio come contenitore di identità, l’armadio che permette di tenere separati i vari sé, l’armadio da riordinare per rinnovarsi e di cui essere gelosi perché contiene parti di noi. Ecco qualche storia sull’armadio nella letteratura contemporanea.

 

armadio nella letteratura

L’armadio di Carmen

 

Attraverso la strategia di separare i diversi stili di abbigliamento in parti diverse dell’armadio, possiamo rendere accessibili alla nostra mente le nostre varie identità. In alcuni armadi c’è una parte destinata all’identità lavorativa e una a quella più libera e informale. Una parte per il sé reale (come sono), una per il sé imperativo (come penso di dover essere) e una per il sé ideale (come vorrei essere). Ecco l’armadio di Carmen che accompagna il marito, rettore di una università, nei suoi impegni formali, ma che desidererebbe una vita più libera e meno formale. Il suo armadio parla dei suoi diversi sé, e della distanza che c’è tra di loro.  “Tomas Rojas aveva disegnato per lei (Carmen) un guardaroba spazioso, a mano a mano che gli impegni sociali della moglie aumentavano. L’ho visto con i miei occhi, Georgina mi ci aveva portato. Da una parte c’erano appesi i vestiti eleganti, i tailleur, i tre pezzi e le gonne, talmente ben stirati e inamidati che se un uccellino ci fosse finito in mezzo sarebbe volato via terrorizzato. Di fronte, i vestiti etnici, come li chiamava il suo amico scrittore: caffettani marocchini, huipiles (le tuniche ricamate guatemalteche), sari indiani, kimono giapponesi. Al ritorno da un qualche impegno dove aveva dovuto indossare gli abiti che appartenevano alla prima sezione del guardaroba, si svestiva in fretta e furia e li sostituiva con quelli della seconda, mi aveva spiegato Georgina. Quando stava in casa non li teneva mai addosso, un cambio fugace, foulard, capi firmati, abiti interi, via la disciplina dell’eleganza, la libertà è lì. A portata di mano, nella seconda sezione del guardaroba. Il passaggio dall’una all’altra – dall’abito occidentale severo e articolato alla tunica morbida e vaporosa – la trasformava. La maschera … rapidamente il suo corpo selvaggio si costringe, si conforma e ora, oppressa, soffocata, si trasforma nella moglie del rettore. La partecipazione all’evento di quel giorno, come a quello di un altro giorno, di qualunque altro giorno,la fa sentire una volta di più inadeguata. Ha il sospetto che l’orlo della gonna sia troppo lungo o troppo corto, i tacchi delle scarpe siano troppo bassi o troppo alti, le giarrettiere le segnino la pelle, il tessuto non cada bene e non fluisca mai naturale come le onde dell’oceano, come una sorgente di acqua fresca. Mai, o sono i seni o i maledetti fianchi, qualcosa trattiene il tessuto facendo si che la donna che le sta accanto le sembri più adeguata, più elegante, più a posto, e la differenziazione, quanto temuta nell’infanzia, quanto benedetta nell’età adulta, alla fine gioca contro di lei.”

Marcela Serrano, Nostra signora della solitudine, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 51-52.

 

armadio nella letteratura

L’armadio di Haghit

Yohanan Rivlin è un meticoloso professore universitario di Storia Mediorentale ed è sposato con il magistrato Haghit,. Alla vigilia di un viaggio di lavoro di lei, il marito è ben determinato a far si che mantenga una vecchia promessa fatta all’inizio dell’anno: riordinare il grande armadio e buttare il superfluo. Dato che Haghit fatica a separarsi dai vecchi vestiti, che sente parte di sé, tra loro divampa subito un diverbio.

“Innanzitutto, questo! Rivlin prende un cappotto grigio e sbiadito, con un grande collo di pelliccia, come se avesse acciuffa­to un accattone mangia-pane-a-tradimento nell’armadio.  L’ulti­ma volta che lo volevo buttare mi hai promesso che mi avresti da­to la prova di averne ancora bisogno. Non l’ho avuta. Per due an­ni questo cappotto ha continuato ad ammuffire e a essere mangiato dalle tarme, trasmettendole agli altri vestiti. È colpa mia se per due anni non c’è stato un inverno come si deve? Non lo avresti indossato comunque. Un cappotto con un col­lo di pelliccia era superfluo fin dall’inizio. Ma a me piace. È un amore platonico. Perciò è arrivato il momento di sepa­rarvi. Arriveranno ancora giornate fredde e ci pentiremo di averlo buttato.-Addio, cappotto. Rivlin lo piega.  E ora, prima di qual­siasi altra cosa, forse è arrivato anche il momento di separarci dal­la gonna di lana di tua madre, dieci anni dopo la sua morte.  Non azzardarti a toccarla!Ma perché? Non l’hai mai messa e nemmeno la metterai mai. Dalla a qualche immigrata russa. Niente da fare. Lasciala dov’è. Perché? Te l’ho già detto. È una questione sentimentale.  Non capisco cosa ci sia di sentimentale in una gonna di lana nera e vecchia di tua madre. Tu non lo capisci perché non hai mai provato un sentimento sincero verso la tua, di madre. Di certo non l’ho mai provato per le sue vecchie gonne. E che fine farà questa? Rimarrà appesa nell’armadio fino al giorno della nostra morte? Come un cupo ammonimento del destino? Perché come un cupo ammonimento del destino? Come un ricordo. Ho l’impressione che oggi non riusciremo a fare progressi. Te l’ho detto, sono stanca. Perché proprio stasera? Devo sve­gliarmi alle tre del mattino. Ti prometto che metterò ordine al mio ritorno.  Anche in passato l’hai promesso, ma non è servito a niente. Al tuo ritorno sarai esausta e non ti sentirai più in debito con me. Non è terribile. Faremo un piccolo sforzo. Dedicheremo un altro quarto d’ora a questa faccenda. Ho il diritto di essere lasciato in una casa ordinata. Ecco, per esempio, questa camicetta blu rica­mata. E davvero stupenda e ha fatto il suo dovere. Adesso ci scop­pi dentro.-Ti ricordi dove l’abbiamo comprata? A Zurigo. No, a Ginevra. In un negozietto su  lungo lago. Costava un occhio della testa e tu non ne volevi sapere.  Non è che non volessi. Ero indeciso… Sono passati cosi tanti anni da allora e guarda come il ricamo viola è rimasto fresco e vivace. E quante volte l’ho indossata. Co­me l’ho sfruttata…Si, ha avuto l’onore di essere inclusa tra le tue «uniformi». Allora teniamola. Per una camicia come questa vale persino la pena di dimagrire.  Lo sai, Haghit, che non dimagrirai mai. E arrivato il momento di separarti da lei. Addio, camicia. Grazie, camicia. Anch’io ti ho amata. Ora vattene, per favore. Sono tristi gli addii. Adesso, Haghit, guarda questo completo marrone e di’ la ve­rità. Non lo tocchi da cinque anni. Non è vero. L’ho indossato alla festa in tuo onore, alla so­cietà orientale. Però la cosa è finita li. Non ci saranno più feste in mio onore. Che ci posso fare se non è più di moda? Questo l’hai detto subito dopo averlo comprato. Magari tornerà di moda. Non questo completo. . .Sei un uomo senza cuore. Che fastidio ti dà? Te l’ho detto. Rende tutto più stipato e nasconde gli abiti buoni. Allora lo trasferirò nel tuo armadio… Sei impazzita? Basta! Rassegnati al verdetto. Questo com­pleto se lo godrà una donna povera che può permettersi di non di­pendere da nessuna moda e che indosserà anche questi vecchi pan­taloni di velluto… Non loro… Ma hanno un grosso strappo… Allora li metterò solo in casa. . .Con lo strappo? E in onore di chi ? (…….) Così, stremato, frastornato da emozioni vecchie e nuove, do­po mezzanotte torni a frugare tra abiti vecchi, gonne e camicette, e alla luce rossastra del lumino acceso tra i due piani sfiori il vel­luto logoro, tocchi il bel ricamo, accarezzi un completo di lana leg­gero e fiuti le scarpe rosse col tacco ancora nuove – «scarpe da sgualdrina», le avete chiamate così, perché solo dopo averle com­prate avete capito quanto fossero provocanti e come avrebbero po­tuto causare imbarazzo a imputati e pubblici ministeri. Eppure so­no continuate a passare da una scarpiera all’altra, da un armadio all’ altro, da un appartamento all’ altro, provocanti con i loro legacci aperti e la loro scollatura, finché la sera prima sono state cattura­te e aggregate al resto degli abiti, per essere consegnate a un’or­ganizzazione di beneficenza.”

Abraham B. Yehosua, La sposa liberata, Torino, Einaudi, 2003,  pp. 163-166.

 

armadio nella letteratura

L’armadio di Blanca

Blanca, in seguito ad una serie di eventi personali e  ad una malattia che le rende difficile comunicare, decide di cambiare vita: chiude la casa in città e va a vivere in campagna. Riordina il suo armadio e della sua vecchia vita si porta dietro solo pochi oggetti coerenti con la sua nuova identità. Decide di destinare le varie parti della sua identità passata, contenute nell’armadio, e ormai incoerenti con il suo nuovo sé, alle persone a cui vuole bene, come in una sorta di testamento.“  Ho imballato tutto. Il modo più chiaro per dire: il dado è tratto. (…) Apro il mio enorme guardaroba. Mi distrae star li a decidere a chi destinare ogni capo. Faccio tre mucchi: uno per Pia, uno per Sofia e uno per Victoria. Alle mie cognate non lascio niente: A Juana una cosa sola, ma consistente:  l’orologio d’oro che ricevetti in dono per i quindici anni di matrimonio. Non ho nessun altro a cui lasciare le mie cose e mi chiedo in cos’ho investito nella vita se non nell’affetto. (….) Tiro fuori tutte le mie collane, i bracciali, gli anelli e i gingilli vari: tutti per Victoria: Le staranno bene con quei suoi capelli neri. Mi tuffo nell’universo femminile che è il mio armadio. I miei maledetti tailleur per le cene importanti con i banchieri. Tocco quello grigio, taglio perfetto e ottimo tessuto, eppure quando lo indossavo sembravo una maestria di campagna. E tante scarpe, con i tacchi alti, di canneté, a punta. Le prendo e le lancio tutte sul tappeto con un misto di fastidio e piacere e con i piedi ne faccio una montagna. Pia porta il mio stesso numero le saranno utili. Sospiro, mai più tacchi alti,mai più collant, che se mi andavano bene di vita non mi andavano di gambe; ne ho un sacco ancora chiusi nella loro busta, color carne, colorati, a fiori… mai più. Osservo il mio armadio straripante. (…) Riempio una grossa scatola di cosmetici, creme sofisticate, profumi…via tutto. Finalmente. Vorrei la nudità assoluta. Tutto quello che deve calzare a pennello va a Pia. I capi casual e un po’ abbondanti a Sofia – roba da hippy dice Honoris che ha una concezione un po’ antiquata del vestire. Le cose più sexy a Victoria. Prendo la pelliccia di tigre. Quante volte l’avrò messa? Tre? Come se la riderebbero le anatre: la donna tigre tra i boschi in collina. Victoria penserà di essere Sonia Braga quando la indosserà e si sentirà bellissima. Poi quella di volpe, poco ecologica ma lunga e preziosa, con le maniche a mantella, enorme. Trinidad si era spaventata la prima volta che mi aveva visto con quella pelliccia. La seconda volta mi si era buttata tra le braccia e non la smetteva più di accarezzare il pelo. Ci si era affezionata e da allora ci sprofondava dentro ogni volta che la vedeva pensando che fosse un leone. Adesso è di Sofia, diceva sempre che era stupenda. Trovo la camicia color malva, quella di seta italiana. La sfioro e la sua sensualità mi turba. Il giorno che lo conobbi. Quando il Gringo mi prese al laccio come un cowboy. Scelgo un cappotto blu marino, sobrio e fine, e lo metto da parte per la signora Yolanda. (…) E’ affascinante eseguire il proprio testamento da vivi. Il piacere che si prova nel farlo è una piccola rivincita. (..) E’ tutto pronto. (..) “Tutto” significa alcuni oggetti della cucina a cui io e Honoria siamo legate, un minimo di vestiti, i giocattoli di Trinidad. Anche la collana di perle che mi ha regalato mia madre, voglio portarmi qualcosa di lei. Una fota di mio figlio e una del Gringo. Le medicine. (…) La mia musica. (…) Un paio di libri. (…) Ho bisogno di così poco. Come ho fatto a vivere per così tanto tempo immersa nel superfluo? Né il mio corpo, né il mio spirito hanno bisogno di niente che non si trovi nel piccolo spaccio in paese.”

Marcela Serrano, Il tempo di Blanca, Milano,  Feltrinelli, 1998, pp 202-205.