Moda e identità sociale. Gli abiti come appartenenza ad un gruppo

Di moda e identità sociale parla la bellissima mostra del fotografo Charles FrégerFabula, all’Armani/Silos di Milano (dal 12 gennaio al 24 marzo 2019).

Il potere simbolico degli abiti come espressione di appartenenza ad un gruppo, si dipana nelle duecentocinquanta foto dai colori energici che spiccano sul colore grigio delle sale.  Le immagini mostrano i codici di abbigliamento adottati per sentirsi parte di un gruppo ed affrontare le paure più profonde e vanno dai nuotatori di pallanuoto, ai lottatori di sumo, dagli eserciti europei, alle maschere tradizionali. Gli abiti indossati sono come uniformi che parlano dei valori del proprio gruppo.

Questa interessantissima mostra ci permette di riflettere su una delle due forze propulsive della moda: l’uniformità come appartenenza ad un gruppo. Se da una parte gli abiti e gli accessori svolgono la funzione di differenziare dagli altri, dall’altra permettono di sentirsi parte di un gruppo. Per definire noi stessi abbiamo a disposizione, oltre al concetto di identità personale (ruolo e aspetti individuali che differenziano dagli altri), quello di l’identità sociale (aspetti che rendono uguali agli altri e appartenenti ad un gruppo).

 

Moda e identità sociale. Identificarsi con un gruppo

Attraverso un processo di categorizzazione sociale tendiamo a semplificare la complessa realtà per avere un più sicuro orientamento ai comportamenti interpersonali. Per sentirci più sicuri e decidere come muoverci raggruppiamo persone, oggetti e eventi in categorie che accentuano le somiglianze” (Paola Pizza, Psicologia sociale della moda, p. 70). Poiché questo processo di categorizzazione avviene attraverso l’osservazione degli altri e di noi stessi, l’abbigliamento rende immediatamente accessibile alla mente l’appartenenza ad un gruppo, essendo la caratteristica più facilmente percepibile.  In questo modo le persone vengono considerate come espressione di un gruppo e non come singoli individui e l’abbigliamento ricorda l’affinità con gli altri.

L’appartenenza ad alcuni gruppi è così importante da costituire una parte fondamentale del concetto di sé, e viene incorporata nell’identità sociale della persona e comunicata con l’abbigliamento.

Fabula -Armani/Silos

 

Moda e identità sociale. Brillare di luce riflessa

Tutti noi tendiamo ad aderire a quei gruppi che ci permettono di valorizzare e mantenere un’identità positiva. L’identità sociale è costituita da “quella parte dell’immagine di sé di un individuo che deriva dalla sua consapevolezza di appartenere ad un gruppo sociale (o a più gruppi) unita al valore e al significato emotivo attribuito a tale appartenenza” (Tajfel, Gruppi umani e categorie sociali, p. 314))

Proprio perché siamo impegnati a costruirci una autostima positiva attribuiamo grande importanza a quei gruppi che ci fanno stare bene. In una ricerca condotta dallo psicologo Robert Cialdini (1976) sull’abbigliamento degli studenti il giorno dopo la vittoria della loro squadra di football, è emerso come si tenda a brillare di luce riflessa, sottolineando con l’abbigliamento (in questo caso, felpe, magliette, cappelli e sciarpe con i colori della squadra) l’appartenenza al gruppo vincente. La ricerca, ripetuta in sette università, ha confermato questa tendenza: più capi indossati quando la squadra vince, meno capi quando la squadra perde.  La ricerca ha mostrato anche che più l’autostima è minacciata, più è forte il bisogno di mostrare appartenenza ad un gruppo percepito come vincente per ristabilire una considerazione positiva di sé.

 

Moda e identità sociale. Il gruppo interno

L’identità sociale, permettendo all’individuo di percepirsi essenzialmente come parte di un gruppo, influenza il modo di pensare, di sentire e di agire verso gli altri componenti del gruppo. In questo modo si delinea l’esistenza di un gruppo interno (noi) e di un gruppo esterno (loro).

 “Poiché l’abbigliamento è una forma di espressione di valori, attraverso abiti e accessori possiamo esprimere sia la nostra appartenenza ad un gruppo che la differenza dagli altri gruppi. Seguire le regole dell’abbigliamento ci fa sentire dentro ad un gruppo. Ci adeguiamo alle varie mode, espressione dei gruppi, per acquisire un’identità” (Paola Pizza, Psicologia sociale della moda, p. 71), e differenziarci in questo modo dai gruppi vissuti come negativi.

Partendo dalla condivisione delle caratteristiche gruppali, percepiamo i membri del gruppo interno (quelli simili a noi) più simpatici perché hanno in comune con noi le qualità, e più attraenti perché condividono le stesse norme vestimentarie.  Al contrario, percepiamo le caratteristiche del gruppo esterno (quelli diversi da noi) come uniformi e omogenee in senso negativo (vestono malissimo!).

Moda e identità sociale. Il gruppo auspicato

“L’identità sociale è costituita dagli aspetti del concetto di sé che derivano sia dall’appartenenza ad un gruppo, che dal riferimento ad un gruppo desiderato. Dobbiamo infatti distinguere tra il gruppo al quale effettivamente apparteniamo e quello al quale ci riferiamo quando valutiamo noi stessi e ci confrontiamo con gli altri” (Paola Pizza, Psicologia sociale della moda, p.70).

Il gruppo auspicato é in grado di conferire più prestigio del gruppo di appartenenza. Ed è così che adottiamo lo stile di abbigliamento del gruppo del quale ci piacerebbe far parte, per sentirci migliori.

 

Moda e identità sociale. L’abito come uniforme

Tanto più l’identità sociale è importante tanto più sono importanti le divise come segno distintivo di appartenenza ad un gruppo. Sia che si tratti della cuffia bianca dei giocatori di pallanuoto,  del cappello di pelliccia delle guardie inglesi o delle più complicate maschere tradizionali (presenti nella mostra Fabula), gli abiti e gli accessori condivisi parlano con immediatezza del gruppo. La divisa o l’uniforme trasforma, infatti, la persona in una presenza collettiva che parla con fierezza del gruppo e dei suoi valori.

Possiamo quasi dire che sono le uniformi a indossare le persone e le identificano con il personaggio suggerito dall’abito e dagli accessori, comunicando ruolo, abilità, attitudini, abitudini, stile di vita, funzioni.

Ci sono le uniformi formali che identificano in modo preciso un gruppo o una istituzione (come le divise dei militari, dei medici ecc.). Comunicano ruolo, funzione e grado e richiedono il rispetto di regole rigide sul modo di indossare i capi.

E ci sono anche le quasi uniformi costituite dall’abbigliamento ritenuto appropriato per i vari contesti, come i completi da lavoro (giacca e cravatta o tailleur), i vestiti neri per i funerali, le camicie scozzesi per il fine settimana, i jeans per il tempo libero. Alcune di queste si possono definire uniformi informali come lo smoking per le serate eleganti.

 

I significati delle uniformi nella moda

Quando le uniformi entrano nel mondo della moda acquisiscono un doppio codice di significazione e contengono sia una dimensione manifesta che una nascosta.

Se la divisa rimanda normalmente a disciplina, controllo, purezza, autorità, professionalità, può essere utilizzata anche per esprimere concetti opposti come ribellione, trasgressione, perversione, erotizzazione, sessualità. Dipende dal modo con cui si indossa e dal contesto.

Una tuta mimetica indossata da un soldato, nei modi e con gli accessori previsti dalle regole militari, comunica autorità, disciplina, professionalità. Ma la stessa tuta mimetica indossata in modo disordinato, insieme a catene e a piercing, da un giovane appartenente a una gang, comunica trasgressione e ribellione.

Una divisa studentesca indossata da una studentessa, secondo le regole di abbinamento previste dal collegio esprime purezza e disciplina. La stessa divisa indossata con biancheria intima sexy ben visibile da una lap dancer, esprime sessualità e perversione.

I significati delle uniformi contengono quindi una serie di opposizioni:

  • disciplina vs spontaneità
  • formalità vs informalità
  • costrizione vs libera scelta
  • innocenza vs perversione
  • asessualità vs attrazione sessuale.

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