L’armadio nella letteratura

L’armadio come contenitore di identità, l’armadio che permette di tenere separati i vari sé, l’armadio da riordinare per rinnovarsi e di cui essere gelosi perché contiene parti di noi. Ecco qualche storia sull’armadio nella letteratura contemporanea.

 

armadio nella letteratura

L’armadio di Carmen

 

Attraverso la strategia di separare i diversi stili di abbigliamento in parti diverse dell’armadio, possiamo rendere accessibili alla nostra mente le nostre varie identità. In alcuni armadi c’è una parte destinata all’identità lavorativa e una a quella più libera e informale. Una parte per il sé reale (come sono), una per il sé imperativo (come penso di dover essere) e una per il sé ideale (come vorrei essere). Ecco l’armadio di Carmen che accompagna il marito, rettore di una università, nei suoi impegni formali, ma che desidererebbe una vita più libera e meno formale. Il suo armadio parla dei suoi diversi sé, e della distanza che c’è tra di loro.  “Tomas Rojas aveva disegnato per lei (Carmen) un guardaroba spazioso, a mano a mano che gli impegni sociali della moglie aumentavano. L’ho visto con i miei occhi, Georgina mi ci aveva portato. Da una parte c’erano appesi i vestiti eleganti, i tailleur, i tre pezzi e le gonne, talmente ben stirati e inamidati che se un uccellino ci fosse finito in mezzo sarebbe volato via terrorizzato. Di fronte, i vestiti etnici, come li chiamava il suo amico scrittore: caffettani marocchini, huipiles (le tuniche ricamate guatemalteche), sari indiani, kimono giapponesi. Al ritorno da un qualche impegno dove aveva dovuto indossare gli abiti che appartenevano alla prima sezione del guardaroba, si svestiva in fretta e furia e li sostituiva con quelli della seconda, mi aveva spiegato Georgina. Quando stava in casa non li teneva mai addosso, un cambio fugace, foulard, capi firmati, abiti interi, via la disciplina dell’eleganza, la libertà è lì. A portata di mano, nella seconda sezione del guardaroba. Il passaggio dall’una all’altra – dall’abito occidentale severo e articolato alla tunica morbida e vaporosa – la trasformava. La maschera … rapidamente il suo corpo selvaggio si costringe, si conforma e ora, oppressa, soffocata, si trasforma nella moglie del rettore. La partecipazione all’evento di quel giorno, come a quello di un altro giorno, di qualunque altro giorno,la fa sentire una volta di più inadeguata. Ha il sospetto che l’orlo della gonna sia troppo lungo o troppo corto, i tacchi delle scarpe siano troppo bassi o troppo alti, le giarrettiere le segnino la pelle, il tessuto non cada bene e non fluisca mai naturale come le onde dell’oceano, come una sorgente di acqua fresca. Mai, o sono i seni o i maledetti fianchi, qualcosa trattiene il tessuto facendo si che la donna che le sta accanto le sembri più adeguata, più elegante, più a posto, e la differenziazione, quanto temuta nell’infanzia, quanto benedetta nell’età adulta, alla fine gioca contro di lei.”

Marcela Serrano, Nostra signora della solitudine, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 51-52.

 

armadio nella letteratura

L’armadio di Haghit

Yohanan Rivlin è un meticoloso professore universitario di Storia Mediorentale ed è sposato con il magistrato Haghit,. Alla vigilia di un viaggio di lavoro di lei, il marito è ben determinato a far si che mantenga una vecchia promessa fatta all’inizio dell’anno: riordinare il grande armadio e buttare il superfluo. Dato che Haghit fatica a separarsi dai vecchi vestiti, che sente parte di sé, tra loro divampa subito un diverbio.

“Innanzitutto, questo! Rivlin prende un cappotto grigio e sbiadito, con un grande collo di pelliccia, come se avesse acciuffa­to un accattone mangia-pane-a-tradimento nell’armadio.  L’ulti­ma volta che lo volevo buttare mi hai promesso che mi avresti da­to la prova di averne ancora bisogno. Non l’ho avuta. Per due an­ni questo cappotto ha continuato ad ammuffire e a essere mangiato dalle tarme, trasmettendole agli altri vestiti. È colpa mia se per due anni non c’è stato un inverno come si deve? Non lo avresti indossato comunque. Un cappotto con un col­lo di pelliccia era superfluo fin dall’inizio. Ma a me piace. È un amore platonico. Perciò è arrivato il momento di sepa­rarvi. Arriveranno ancora giornate fredde e ci pentiremo di averlo buttato.-Addio, cappotto. Rivlin lo piega.  E ora, prima di qual­siasi altra cosa, forse è arrivato anche il momento di separarci dal­la gonna di lana di tua madre, dieci anni dopo la sua morte.  Non azzardarti a toccarla!Ma perché? Non l’hai mai messa e nemmeno la metterai mai. Dalla a qualche immigrata russa. Niente da fare. Lasciala dov’è. Perché? Te l’ho già detto. È una questione sentimentale.  Non capisco cosa ci sia di sentimentale in una gonna di lana nera e vecchia di tua madre. Tu non lo capisci perché non hai mai provato un sentimento sincero verso la tua, di madre. Di certo non l’ho mai provato per le sue vecchie gonne. E che fine farà questa? Rimarrà appesa nell’armadio fino al giorno della nostra morte? Come un cupo ammonimento del destino? Perché come un cupo ammonimento del destino? Come un ricordo. Ho l’impressione che oggi non riusciremo a fare progressi. Te l’ho detto, sono stanca. Perché proprio stasera? Devo sve­gliarmi alle tre del mattino. Ti prometto che metterò ordine al mio ritorno.  Anche in passato l’hai promesso, ma non è servito a niente. Al tuo ritorno sarai esausta e non ti sentirai più in debito con me. Non è terribile. Faremo un piccolo sforzo. Dedicheremo un altro quarto d’ora a questa faccenda. Ho il diritto di essere lasciato in una casa ordinata. Ecco, per esempio, questa camicetta blu rica­mata. E davvero stupenda e ha fatto il suo dovere. Adesso ci scop­pi dentro.-Ti ricordi dove l’abbiamo comprata? A Zurigo. No, a Ginevra. In un negozietto su  lungo lago. Costava un occhio della testa e tu non ne volevi sapere.  Non è che non volessi. Ero indeciso… Sono passati cosi tanti anni da allora e guarda come il ricamo viola è rimasto fresco e vivace. E quante volte l’ho indossata. Co­me l’ho sfruttata…Si, ha avuto l’onore di essere inclusa tra le tue «uniformi». Allora teniamola. Per una camicia come questa vale persino la pena di dimagrire.  Lo sai, Haghit, che non dimagrirai mai. E arrivato il momento di separarti da lei. Addio, camicia. Grazie, camicia. Anch’io ti ho amata. Ora vattene, per favore. Sono tristi gli addii. Adesso, Haghit, guarda questo completo marrone e di’ la ve­rità. Non lo tocchi da cinque anni. Non è vero. L’ho indossato alla festa in tuo onore, alla so­cietà orientale. Però la cosa è finita li. Non ci saranno più feste in mio onore. Che ci posso fare se non è più di moda? Questo l’hai detto subito dopo averlo comprato. Magari tornerà di moda. Non questo completo. . .Sei un uomo senza cuore. Che fastidio ti dà? Te l’ho detto. Rende tutto più stipato e nasconde gli abiti buoni. Allora lo trasferirò nel tuo armadio… Sei impazzita? Basta! Rassegnati al verdetto. Questo com­pleto se lo godrà una donna povera che può permettersi di non di­pendere da nessuna moda e che indosserà anche questi vecchi pan­taloni di velluto… Non loro… Ma hanno un grosso strappo… Allora li metterò solo in casa. . .Con lo strappo? E in onore di chi ? (…….) Così, stremato, frastornato da emozioni vecchie e nuove, do­po mezzanotte torni a frugare tra abiti vecchi, gonne e camicette, e alla luce rossastra del lumino acceso tra i due piani sfiori il vel­luto logoro, tocchi il bel ricamo, accarezzi un completo di lana leg­gero e fiuti le scarpe rosse col tacco ancora nuove – «scarpe da sgualdrina», le avete chiamate così, perché solo dopo averle com­prate avete capito quanto fossero provocanti e come avrebbero po­tuto causare imbarazzo a imputati e pubblici ministeri. Eppure so­no continuate a passare da una scarpiera all’altra, da un armadio all’ altro, da un appartamento all’ altro, provocanti con i loro legacci aperti e la loro scollatura, finché la sera prima sono state cattura­te e aggregate al resto degli abiti, per essere consegnate a un’or­ganizzazione di beneficenza.”

Abraham B. Yehosua, La sposa liberata, Torino, Einaudi, 2003,  pp. 163-166.

 

armadio nella letteratura

L’armadio di Blanca

Blanca, in seguito ad una serie di eventi personali e  ad una malattia che le rende difficile comunicare, decide di cambiare vita: chiude la casa in città e va a vivere in campagna. Riordina il suo armadio e della sua vecchia vita si porta dietro solo pochi oggetti coerenti con la sua nuova identità. Decide di destinare le varie parti della sua identità passata, contenute nell’armadio, e ormai incoerenti con il suo nuovo sé, alle persone a cui vuole bene, come in una sorta di testamento.“  Ho imballato tutto. Il modo più chiaro per dire: il dado è tratto. (…) Apro il mio enorme guardaroba. Mi distrae star li a decidere a chi destinare ogni capo. Faccio tre mucchi: uno per Pia, uno per Sofia e uno per Victoria. Alle mie cognate non lascio niente: A Juana una cosa sola, ma consistente:  l’orologio d’oro che ricevetti in dono per i quindici anni di matrimonio. Non ho nessun altro a cui lasciare le mie cose e mi chiedo in cos’ho investito nella vita se non nell’affetto. (….) Tiro fuori tutte le mie collane, i bracciali, gli anelli e i gingilli vari: tutti per Victoria: Le staranno bene con quei suoi capelli neri. Mi tuffo nell’universo femminile che è il mio armadio. I miei maledetti tailleur per le cene importanti con i banchieri. Tocco quello grigio, taglio perfetto e ottimo tessuto, eppure quando lo indossavo sembravo una maestria di campagna. E tante scarpe, con i tacchi alti, di canneté, a punta. Le prendo e le lancio tutte sul tappeto con un misto di fastidio e piacere e con i piedi ne faccio una montagna. Pia porta il mio stesso numero le saranno utili. Sospiro, mai più tacchi alti,mai più collant, che se mi andavano bene di vita non mi andavano di gambe; ne ho un sacco ancora chiusi nella loro busta, color carne, colorati, a fiori… mai più. Osservo il mio armadio straripante. (…) Riempio una grossa scatola di cosmetici, creme sofisticate, profumi…via tutto. Finalmente. Vorrei la nudità assoluta. Tutto quello che deve calzare a pennello va a Pia. I capi casual e un po’ abbondanti a Sofia – roba da hippy dice Honoris che ha una concezione un po’ antiquata del vestire. Le cose più sexy a Victoria. Prendo la pelliccia di tigre. Quante volte l’avrò messa? Tre? Come se la riderebbero le anatre: la donna tigre tra i boschi in collina. Victoria penserà di essere Sonia Braga quando la indosserà e si sentirà bellissima. Poi quella di volpe, poco ecologica ma lunga e preziosa, con le maniche a mantella, enorme. Trinidad si era spaventata la prima volta che mi aveva visto con quella pelliccia. La seconda volta mi si era buttata tra le braccia e non la smetteva più di accarezzare il pelo. Ci si era affezionata e da allora ci sprofondava dentro ogni volta che la vedeva pensando che fosse un leone. Adesso è di Sofia, diceva sempre che era stupenda. Trovo la camicia color malva, quella di seta italiana. La sfioro e la sua sensualità mi turba. Il giorno che lo conobbi. Quando il Gringo mi prese al laccio come un cowboy. Scelgo un cappotto blu marino, sobrio e fine, e lo metto da parte per la signora Yolanda. (…) E’ affascinante eseguire il proprio testamento da vivi. Il piacere che si prova nel farlo è una piccola rivincita. (..) E’ tutto pronto. (..) “Tutto” significa alcuni oggetti della cucina a cui io e Honoria siamo legate, un minimo di vestiti, i giocattoli di Trinidad. Anche la collana di perle che mi ha regalato mia madre, voglio portarmi qualcosa di lei. Una fota di mio figlio e una del Gringo. Le medicine. (…) La mia musica. (…) Un paio di libri. (…) Ho bisogno di così poco. Come ho fatto a vivere per così tanto tempo immersa nel superfluo? Né il mio corpo, né il mio spirito hanno bisogno di niente che non si trovi nel piccolo spaccio in paese.”

Marcela Serrano, Il tempo di Blanca, Milano,  Feltrinelli, 1998, pp 202-205.